SURFANTA IERI E I SUOI PITTORI OGGI

Nel primo numero di Surfanta, gennaio 1964, era scritto: "Gli antefatti vi si trovano nella "soffitta macabra" e nelle più recenti contestazioni che altri artisti torinesi vivono analoghe esperienze di aperture ai mondi fantastici". Si aggiunga che Surfanta: "accetta di essere fuori dal tempo perchè possiede una profonda fede in quelle categorie superiori che si chiamano Dio e Deità infernali, paura e lotta con la morte [...]. Non si vuole col troppo amore per la materia e per le forme apparenti tradire il significato religioso della vita". Parole nelle quali si sente anche l'ironia della storia, della fatalità. Subito appaiono i nomi dei fondatori: Alessandri, Abacuc, Camerini, Colombotto Rosso, Macciotta, lo scultore Molinari con Ponte Corvo che uscirà presto dal gruppo, non per dissensi e senza schierarsi su altri fronti, sicchè pure lui oggi entra nel giro del memoriale di Surfanta. Erano le stesse leggi biologiche che alcuni dei Surfanta voleva mutare, la trasformazione di eventi naturali, effetti estranianti fisiologici, somatici, bioantropologici; peraltro si poteva ubbidire a uno stato d'animo angelico però su un supporto demoniaco; era lecito rendere un'utopia capovolgendo magari la storia della natura; si deve fare buon uso della deformità, dei bestiari ingolfati di mostri, del macabro che talvolta diventa una pratica circense per loro. Più che dipingere, disegnare, si trattava di inseguire l'immagine, infischiandosene delle teoriche, rinunciando volentieri ai distillati della critica, anche della psicocritica. Ma altri ancora risultavano i canoni Surfanta, il movimento torinese di cui si parlò e si discusse in mezza Europa dell'arte [...].

Opera dal titolo: ASCETA PUNITO(olio su masonite 1981).

Critici, studiosi hanno dedicato al tema scritti quasi sempre brevi, recensioni di indubbia attendibilità; la meriterebbe, e quella esistente ha troppi spazi bianchi. Per alcuni di questi pittori (e per lo scultore) le immagini sono eventi grezzi, bruti che bisogna saper far parlare,rivolgendosi ad una platea vasta, non a specialisti. Credo che si debba proporre una lettura di quelle vicende nè agiografica nè eretico-rivoluzionaria [...]. Che poi Surfanta sia nato a Torino, crediamo perchè in questa città, almeno un tempo cartesiana e logaritmica, esiste pure una Torino dell'evasione, della fuga dalla dura, limitata realtà d'ogni giorno. Con Praga e Lione la nostra è fra le più magiche città europee: Nostradamus la predilesse, l'autore delle profetiche Centurie aveva buone ragioni per venire dalle nostre parti.

Un'opera del Maestro più unica che rara, una scultura dal titolo "Il Porco".

Comunque nessuno dei Surfanta faceva l'eco agli altri. Piuttosto, per i titoli delle opere di alcuni (Alessandri, Abacuc ecc.) non si disdegnava un laboratorio linguistico che anche per i linguisti doveva essere terra sconosciuta, di un estroso tipo generativo trasfomazionale: Sclassaronte, Fantasberocchia, Frontamia, Sclassaberocchia, Saltacchia, Satanmano, Monoronte ecc. E una catena parlata che lega quegli artisti seguendo operazioni metalinguistiche. Surfanta vuol redigere i suoi fantasmi verbali, cioè anche una nomenclatura. Alla fin fine, tuttavia, ciascuno era responsabile della propria faccia, cioè delle proprie opere, senza riserve nè preclusioni di ambienti operativi; ognuno poteva "seminare" (lavorare) in Piemonte e raccogliere in Olanda, Polonia, Francia eccetera. Surfanta non doveva servire da cassa di risonanza delle convenzioni (o degli equivoci) dei suoi componenti. Alessandri non ha tagliato il cordone ombelicale con Surfanta, ha risentito meno del processo di rimozione che altri hanno subito; ma il suo Sogno della Vergine Africa, la Ragazza del ristorante indochinese, i suoi Fantasberocchia e Monoronti trovano, compreso le Bambole, omologie, seppure in progress, con le sue opere d'oggi. I suoi Pascal, inafferrabili mostri umani, non li dimentichiamo: sono un vero frantoio di uomini, una degradazione animalesca. Ma altrove, in Alessandri e compagni, fra i gruppi di Arieli e Calibani il divario è minimo [...].
(di Ernesto Caballo per il catalogo della mostra tenutasi alla Galleria Davico di Torino 1976).

Opera dal titolo: NOTTE DI MAGGIO 1974 (olio su tavola cm 13x16).

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